 A poche ore dalla consegna del premio di miglior film per "Prince of Himalayas" abbiamo incontrato il giovane regista Sherwood Hu, autentica rivelazione di questa seconda edizione del Calabria Film Festival...
Sherwood Hu, regista di “The Prince of Himalayas”,vincitore del premio per il miglior film al Calabria Film festival, ha scelto il Tibet per ambientarvi l’Amleto di Shakespeare. Fedele al plot originale del drammaturgo inglese ha tuttavia scelto un finale diverso: non di vendetta ma di amore, perdono e reincarnazione. Il Tibet questa volta, ha spiegato il giovane regista, non è la solita scelta propagandistica della filmografia cinese o di Hollywood. Qui tutto è Tibet vero. I luoghi, gli attori, quasi tutti alla prima esperienza, la lingua originale, i costumi, la potenza dei panorami, l’altezza delle montagne così vicine al sole da ispirare domande sulla propria esistenza - chi sono, da dove vengo… -, sono la chiave di volta per fare un film originale e ricevere il plauso del pubblico. Il messaggio di speranza sta nel parto nell’acqua e nella nascita del piccolo principe dell’Himalayas, nelle cui mani Amleto padre morente consegna il futuro del Tibet.
Il film, in distribuzione per adesso solo in Cina e negli States, potrebbe essere presto anche nelle sale in Italia soprattutto dopo il successo ottenuto nel Calabria Film Festival. Francis Ford Coppola, dopo avere visto il film, tra l’altro il primo di Sherwood, ha immediatamente coinvolto il regista in un progetto comune. Il che la dice lunga sulle potenzialità e sulla futura carriera di Hu. A Sherwood Hu, trentasei anni, single, segno del Toro come l’icona del premio ricevuto, grande osservatore, spiritoso e dal carattere disponibile e solare abbiamo rivolto qualche domanda. Perché la sua scelta è caduta sull’Amleto shakespeariano? Mio padre era un famoso regista di teatro in Cina e sono cresciuto tra scaffali pieni di libri. Ricordo che tra i suoi preferiti vi erano le opere di Shakespeare che ho letto sin da quando ero piccolo. Poi andai a studiare negli Stati uniti, mio padre morì giovanissimo all’età di 57 anni per un attacco di cuore senza che potessi vederlo prima di morire. Così per il mio primo film decisi di scegliere un soggetto a lui caro. Tornato in Cina incontrai un attore, un grande amico di mio padre, al quale chiesi consiglio. Lui mi disse che l’Amleto era senz’altro la scelta giusta. Il principe dell’Himalayas ha voluto essere quindi un tributo alla memoria di mio padre. E perché in Tibet? Il Tibet proprio per la bellezza dei suoi paesaggi, delle sue montagne e la spiritualità che emana mi sembrò il set ideale per la tragedia Shakespeariana. Ma volevo che il Tibet e la sua cultura entrassero appieno nel film, per questo decisi di utilizzare tutti attori indigeni che parlassero in lingua tibetana. Ma non c’erano attori in Tibet così, fatta eccezione per la madre e lo zio di Amleto, gli altri erano tutti alla prima esperienza. Per trovarli ho girato in lungo e largo, macinando chilometri ed accollandomi ore di viaggio. Il cast era quasi al completo ma mancava ancora il protagonista, così mi spinsi fino al Nono villaggio per trovare la persona giusta, fu lì che lo trovai. Nessuno aveva esperienza di recitazione così decisi di dare lezioni, dopotutto io avevo insegnato a lungo, e li sottoposi ad una full immersion per due settimane. Mi restavano ancora 90 giorni per girare tutto il film. Il problema più grosso da superare fu però l’altitudine. Avevo portato i miei cameraman ma, quando tutto fu pronto e montato per girare, li vidi collassare uno dopo l’altro. Eravamo ad oltre quattromila metri di altezza e non è facile, per chi non è abituato, passare indenne a quelle altezze. Abbiamo perso qualche giorno di lavoro, ma poi iniziammo a girare e tutto andò liscio come l’olio. Con gli attori nessun problema. Finimmo con dieci giorni di anticipo rispetto ai 100 giorni a disposizione. Il protagonista in seguito mi chiese un aiuto per potere studiare recitazione e gli feci avere una borsa di studio. Oggi è una delle stelle più ammirate del cinema cinese. Sherwood, era la prima volta che veniva in Calabria. Quale è stato il suo impatto con questa terra? Qui ho trovato un’accoglienza strepitosa sia da parte dell’organizzazione che del pubblico così come fantastici sono i paesaggi e la morfologia del territorio, un misto tra Cannes e le Hawaii, dove ho studiato regia. Non escludo di potere un giorno scegliere proprio la Calabria come location di un mio prossimo film. Donatella Aloisi |